"Compito  del counseling   è ristabilire lo stato di benessere di ciascuno ed esso è differente da individuo ad individuo.
Il counseling non serve per far fare le scelte
 che sembrano "giuste" ma quelle che sono desiderate e "giuste" per il cliente "

Spazio Ascolto Glbt e' dedicato alle persone omosessuali, alle loro famiglie, ed alle loro necessità specifiche.

Hai bisogno di comprendere e affrontare aspetti problematici legati al tuo orientamento sessuale? Oppure ti trovi a vivere situazioni di disagio e difficoltà rispetto alla tua condizione di omosessuale? Desideri affrontare e chiarire alcuni aspetti legati alla relazione che hai con il/la partner, i genitori, i figli, i fratelli e le sorelle, gli amici, i colleghi?

Sei genitore o fratello/sorella di una persona omosessuale e senti il bisogno di parlare di quello che provi? Hai bisogno di sostegno e di aiuto?

Lo Spazio Ascolto “GLBT” è un punto di incontro, un luogo protetto e accogliente per coloro che, trovandosi in un momento difficile della loro vita, cercano una possibilità di recupero delle proprie energie e vogliono accedere a quelle risorse personali, spesso dimenticate e inutilizzate, per sviluppare nuove e più efficaci strategie di fronte agli ostacoli e alle avversità.

E' difficile fare un elenco dei servizi proposti perchè sono abituata a strutturare il servizio su misura per le necessità della persona che ho di fronte; ciascuno di noi ha esigenze ed obiettivi differenti e modalità di approccio del tutto personali sia al problema che alla soluzione.

Spazio Ascolto Glbt offre molti servizi anche per le associazioni glbt:  

  • Percorsi di gruppo monotematici: autostima, relazioni, lavoro, assertività

  • Gruppo di confronto e scambio sul disagio personale

  • Sessioni di counseling individuali

  • Sessioni di coppia

  • Formazione e sensibilizzazione alle tematiche lgbt per aziende e istituti formativi.

  • Discipline olistiche (mindfullness, respirazione consapevole, meditazione)

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    Videoclip di Arcigay per San Valentino
      Un messaggio d'amore e, in quanto tale, universale!!

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     "Omosessualità femminile: tra miti e attualità"
     di Valentina Cosmi e Luca Pierleoni

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    Omosessualità femminile

    (articolo della dr.ssa Attilia Lazzari- Psicologo, Psicoterapeuta)

    La diversità e le differenze sono parte integranti della nostra quotidianità avvicinandoci o allontanandoci dall’altro. L’omosessualità in particolar modo quella femminile rimane sempre sullo sfondo alimentando stereotipi e fraintendimenti.



     

    Nel 1974 l’America Psychiatric Association, indisse un referendum tra i propri iscritti cercando di comprendere se l’omosessualità, fosse ancora considerata come una malattia mentale. Il 59% degli iscritti votò a favore dell’abolizione portando, quindi per la prima volta, a considerare l’omosessualità come una variante del comportamento umano e non più, come una patologia da curare.

    Ancora oggi si trovano molti professionisti che alle richieste allarmate dei genitori, propongono interventi di “correzione” dell’orientamento sessuale con il risultato, spesso, di rinforzare un senso d’estraneità alla propria persona, senso di colpa e di rifiuto, verso se stessi.

    Quando si parla d’identità sessuale e di genere solitamente si fa molta confusione e si utilizzano numerosi stereotipi. Per comprenderci, con il termine d’identità di genere ci si riferisce alla percezione che abbiamo di noi stessi definita non solo da come ci sentiamo ma anche dalla presenza di caratteri sessuali definiti. Questo ci porta a definirci come maschi o femmine. In merito all’identità sessuale invece si fa riferimento al così detto gusto sessuale che può essere, ossia orientato verso persone dello stesso sesso, eterosessuale ossia orientato verso persone del sesso opposto o bisessuale, ossia senza una netta differenziazione tra i due sessi.

    Ormai molti studi hanno dimostrato che c’è un continum tra lo sviluppo dell’identità sessuale così detta normale ossia quella eterosessuale e quella omosessuale poiché l’oggetto del desiderio sessuale è indipendente dall’identità di genere. Dunque il pensare all’omosessualità come un arresto dello sviluppo psichico non sembra essere supportata dalle più recenti ricerche in campo psicologico.

    E mentre la comunità gay italiana, decide di dichiarare in modo forte l’inaccettabilità di comportamenti di razzismo, costituendosi parte civile nel procedimento contro gli aggressori della coppia gay, ferita durante l’estate, sembrano ancora presenti necessità ideologiche e morali che giustifichino la diversità delle persone omosessuali. In particolar modo parlare del mondo femminile e della omosessualità femminile, sembra essere ancora piuttosto complicato, difficile da definire.

    A partire da Freud che considerava come causa dell’omosessualità femminile, un irrisolto passaggio nella fase edipica cosa che, avrebbe destinato la giovane fanciulla a divenire lesbica, molti teorici e approcci, hanno sviluppato tra le loro tecniche, terapie riabilitative. In particolar modo, diversi terapeuti omosessuali anche di formazione psicoanalitica, hanno sentito l’esigenza di organizzare degli interventi in modo tale da rispettare i propri pazienti e allo stesso tempo, la propria identità sessuale.

    L’integrazione tra esperienze professionali e personali, con la pratica clinica, ricerca e strutture teoriche di riferimento, consentono di esplorare il concetto della sessualità, entrando in punta di piedi nel vissuto della persona, ed iniziare il racconto di sé.

    In relazione all’esperienza della pratica clinica, è possibile affermare che l’identità lesbica, è una normale variante della sessualità. Questo significa anche che contrariamente a quanto la cultura spesso ci imponga, non esiste necessariamente un’alterazione dello sviluppo psicologico nelle persone omosessuali sia uomini che donne. Infatti, non esiste sul piano psicologico in termini di sviluppo, alcuna differenziazione tra le caratteristiche di personalità, background familiare, psicopatologie che possano effettivamente determinare una differenziazione tra due donne una eterosessuale ed una omosessuale.

    Culturalmente incappiamo spesso in stereotipi che considerano la donna lesbica come mascolina o riluttante al senso comune di femminilità. In realtà molte donne lesbiche così come quelle eterosessuali tengono molto all’aspetto estetico e alla loro femminilità. Piuttosto la difficoltà maggiore non è da riscontrarsi nell’acquisizione di strategie di azione e di comportamento, quanto nella frustrazione spesso molto pesante da sopportare dell’essere considerate come differenti e per questo marginalizzate nel caso in cui decidano di fare coming out ossia di comunicare la propria identità sessuale.

    Così come per le donne eterosessuali anche le donne lesbiche presentano differenti sfaccettature nella definizione di loro stesse, in relazione ai propri comportamenti, al ruolo, alle caratteristiche di personalità, alle loro origini e alle proprie esperienze di vita. Ad esempio alcune donne si sono sposate e sono diventate madri per poi scegliere una relazione omosessuale, altre donne invece possono aver vissuto la propria identità sin dalle prime relazioni affettive. Anche gli approcci psicoanalitici più avanzati considerano lo sviluppo omosessuale come un normale sviluppo della identità sessuale.

    In particolar modo L. Horowitz descrive una serie di passaggi nello sviluppo dell’identità lesbica.

    1
    . Una prima fase di scoperta la persona che scopre il proprio interesse per la persona dello stesso sesso si può sentire alienata, sola e stigmatizzata. In molti casi, il tentativo di reprimere i propri sentimenti sembra essere la tecnica migliore lasciando così lo spazio a confusione e sofferenza che si accompagna alla crescente necessità di accettarsi.

    2. Nella seconda fase che l’autrice definisce come fase di esplorazione, la donna sperimenta nuovi comportamenti adattivi e positivi che le consentiranno di entrare nella fase successiva ossia quella della prima relazione.

    3
    . In seguito la necessità di integrare la propria identità sarà caratterizzato da una fase di complesso sviluppo. Generalmente è in questa fase che le persone omosessuali trovano un riferimento importante in associazioni o militanza politica che consente di viversi liberamente secondo la propria identità.

    Non possiamo però certamente pensare che questi passaggi si susseguano facilmente in tutte le donne che riconoscano la propria omosessualità. Infatti, la serenità e la facilità con cui questo avviene, dipende molto dalla relazione con la famiglia di appartenenza, i supporti sociali, la presenza di riferimenti positivi nella vita della persona.

    Anche le relazioni interpersonali gratificanti, capaci di dare supporto in caso di necessità e le proprie risorse individuali, sono elementi fondamentali per affermarsi come persona. Soprattutto in quei contesti relazionali in cui non viene percepito il supporto necessario per la propria accettazione, la conquista della consapevolezza della propria identità sessuale, richiede molta energia psicologica ed in questi casi la determinazione con cui si affrontano le proprie scelte sessuali possono determinare non pochi stress che possono determinare un impatto profondo sulla propria personalità.

    Le conseguenze quali comportamenti difensivi, modalità relazionali, vulnerabilità, e sindromi sintomatiche, sono da relazionarsi a come la donna si pone nei confronti della propria diversità in relazione agli altri. Ad esempio nella scelta del coming out può presentarsi da un lato un vissuto di liberazione e completa accettazione o dall’altra un effetto drammatico tale da determinare la manifestazione di disfunzioni e sintomatologie.

    Le donne devono essere supportate nella narrazione del loro vissuto senza giudizio, alla scoperta della propria identità sessuale, esplorando il significato della loro esistenza e degli eventi che si susseguono in relazione alle proprie scelte.

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    E' sempre positivo fare coming out?

    (dal sito www.psicologiagay.com)

    Varie ricerche dimostrano che fare coming out è una cosa buona, perchè permette alla persona omosessuale o bisessuale di sviluppare un senso di sè positivo, mentre la decisione di tenere nascosto il proprio orientamento sessuale sembra essere causa di disturbi di tipo psicologico, come difficoltà relazionali, stress e addirittura tendenze suicidarie.

    In un articolo pubblicato su Science News però, il dott. Ryan, professore di psicologia all’università di Rochester, sottolinea come il coming out non sia un fatto positivo in assoluto, ma al contrario l’esito di questo processo di svelamento dipende dal tipo di ambiente in cui la persona si rivela, che può essere supportivo, ma anche discriminatorio e stigmatizzante.

    Fare coming out in un gruppo supportante e accogliente permette alla persona di fare un’esperienza positiva, che gli permette di sentirsi libero di esprimersi rispetto al proprio orientamento sessuale; al contrario un ambiente ostile annulla tutti i benefici derivanti dal coming out.

    Per validare questa osservazione Ryan ha intervistato 161 persone lesbiche, gay e bisessuali, di età compresa tra i 18 e i 65 anni, chiedendo loro di parlare della loro esperienza con cinque diversi gruppi di appartenenza: amici, famiglia, colleghi di lavoro, compagni di scuola e comunità religiose. I partecipanti sono stati reclutati da forum e social network in internet, e hanno risposto alle domande in forma anonima.

    Per ognuno dei cinque contesti i partecipanti hanno indicato il loro livello di svelamento, il senso di benessere e la sensazione di essere accettati e supportati. Inoltre dovevano indicare il grado di accordo con affermazioni del tipo: “quando sono con la mia famiglia mi sento solo“, ” quando sono con i miei compagni di scuola ho pensieri positivi su me stesso“, “i miei colleghi di lavoro ascoltano i miei pensieri e le mie opinioni“, “la mia comunità religiosa mi permette di fare scelte liberamente“.

    I risultati dello studio hanno mostrato che i partecipanti sono più aperti riguardo il loro orientamento sessuale in ambienti valutati come meno controllanti e giudicanti e questo è abbastanza ovvio, no?  Gli intervistati tengono nascosto il loro orientamento sessuale nella maggior parte delle comunità religiose (69%), nelle scuole (50%), a lavoro (45%), e sono leggermente più aperti nelle loro famiglie (36%). Gli amici rappresentano per i partecipanti il gruppo più accogliente e meno giudicante: l’87% dei partecipanti, infatti, ha fatto coming out con i suoi amici.

    Lo studio dimostra inoltre che l’età dei partecipanti, il genere o l’orientamento sessuale non differiscono significativamente tra chi fa coming out e chi non lo fa. Quello che si differenzia è il tipo di ambiente frequentato da chi decide di fare coming out, che generalmente è vissuto come più supportivo e meno giudicante.

    Ryan sottolinea che “la maggior parte delle persone omosessuali non fa coming out in tutti i posti che frequenta. Le persone inquadrano il loro ambiente e determinano se è sicuro oppure no“. Del resto, concludono gli autori dello studio, fare coming out in alcune situazioni ma non in altre non ha alcun effetto negativo sulla salute mentale delle persone, e di conseguenza essere selettivi può essere considerato utile e non dannoso.

    Alla luce dell’esperienza clinica con persone omosessuali che stanno affrontando il proprio coming out ci preme sottolineare che ognuno ha i propri tempi personali e che ogni persona è SEMPRE LIBER* di parlare o meno del proprio orientamento sessuale. Chi lo ha affrontato ne descrive spesso il senso di liberazione e leggerezza, non dimenticando però la fatica e la sofferenza nel prepararsi a questo momento così importante.

    A cura delle dott.sse Valeria Natali e Paola Biondi

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    Una favola per l'omoaffettività

    (dal sito www.psicologiagay.com della dr. Paola Biondi)

    Qualcuno di noi ricorderà forse di aver avuto da piccolo la sua favola preferita: ricorderà magari il proprio eroe o eroina, in un regno popolato di streghe, fate, principi e principesse. Come da tempo affermano gli studiosi, la magia delle fiabe consiste nel parlare direttamente all’inconscio dei bambini, aiutandoli a prendere contatto con il proprio mondo interiore (emozioni e sentimenti a volte in conflitto e, quindi, fonte di ansia) per superare in modo catartico le tappe cruciali dello sviluppo psicologico.

    Specialmente la letteratura psicoanalitica si è interessata attraverso numerose pubblicazioni del valore simbolico ed educativo delle fiabe (ricordiamo “L’interpretazione psicoanalitica delle fiabe” di Bruno Bettelheim), mentre le ricerche attuali del settore affermano come la lettura delle fiabe ai bambini sia un potente incentivo anche allo sviluppo del linguaggio infantile.

    Ciò che le fiabe non dicono, tuttavia, può essere altrettanto importante di ciò che esse dicono: in altre parole, nelle favole tradizionali come in quelle attuali mancano riferimenti all’omoaffettività. Le storie veicolate nella letteratura e nell’industria dell’animazione per bambini trattano esclusivamente modelli etero. Il silenzio sull’amore a tutto tondo, nelle sue differenti forme di espressione, rischia di ostacolare fin dalla prima infanzia la comprensione e l’accettazione dell’omosessualità, lasciando terreno fertile alle successive ed eventuali manifestazioni di bullismo omofobico.

    Secondo la ricerca MoDiDi condotta nel 2005, in Italia ci sono centomila minori con almeno un genitore gay, nati all’interno di relazioni eterosessuali o vissuti sin dall’inizio con due madri o due padri. Sempre secondo l’indagine, il 17,7 per cento degli uomini e il 20,5 per cento delle donne omosessuali con più di 40 anni avrebbe dei figli. Di conseguenza, considerando tutte le fasce d’età, un omosessuale su 20 è genitore.

    Come mamma, mi chiedo se non ci sarebbero altre fiabe della buonanotte, oltre a quelle tradizionali, che una mamma lesbica o un papà gay vorrebbero raccontare.

    Come psicoterapeuta, inoltre, mi chiedo anche quali siano i danni psicologici per il bambino di una famiglia omogenitoriale che, pur godendo dell’amore di chi lo cresce, soffre una condizione di invisibilità o clandestinità, non avendo neppure nell’immaginazione artistica la possibilità di riconoscere l’amore sano e naturale dei propri genitori.

    In una società dove la comunità scientifica si è pronunciata in modo compatto contro le discriminazioni omofobiche, alla luce della considerazione dell’omosessualità come di una variante sana della sessualità, depatologizzata e decriminalizzata, potremmo avere altrettante storie di amore, felicità e genitorialità senza il vincolo dell’eterosessualità?

    Su questa problematica appare estremamente importante l’iniziativa di Maria Silvia Fiengo e Francesca Pardi di fondare «Lo Stampatello», la prima casa editrice per bambini di famiglie omogenitoriali, che il 15 maggio sarà presentata al Salone Internazionale del Libro di Torino. Il motto di questa nuova realtà editoriale è, appunto, parlare “in stampatello”, cioé, attraverso un linguaggio semplice, chiaro e diretto, per aiutare i bambini ed i genitori ad affrontare le domande attorno alla realtà omoaffettiva e contrastare un conformismo diffuso. Le pubblicazioni finora illustrate sono due:

    • Piccola storia di una famiglia“, incentrata su due donne innamorate che per avere dei figli si recano in una clinica dove “dei signori gentili donano i loro semini per chi non ne ha“;
    • Più ricche di un re“, invece, è una filastrocca su una bimba che non sa come definirsi agli altri e viene aiutata a rispondere: “Dì che hai due mamme, e che insieme noi tre, siam più felici e ricche di un re!“.

    Le stesse editrici hanno co-fondato  nel 2005 l’associazione Famiglie Arcobalenoche oggi conta circa 600 soci, e che ha pubblicato nel 2010, «Il libro di Tommy. Manuale educativo e didattico su scuole e omogenitorialità», alla base di una serie di incontri formativi per insegnanti ed educatori, con l’intento di aiutare i maestri a confrontarsi senza tabù e pregiudizi con i figli di coppie gay.

    In futuro, “Lo Stampatello” si rivolgerà anche ad altri tipi di famiglie (allargata, monogenitoriale, adottiva) e nella prossima uscita, “Piccolo uovo“, saranno presenti i disegni di Altan, l’ideatore della Pimpa.

    Il diffuso silenzio sull’omoaffettività, anche nelle fiabe per bambini o nei racconti per ragazzi sembra essere sintomo di tabù latenti, dove la ragione, l’etica e il progresso scientifico non hanno ancora avuto accesso. Per questo ben vengano iniziative di questo tipo, capaci di risvegliare la libertà di amare e concepire il mondo fin nelle menti prodigiose e creative dei più piccoli.

    A cura delle dott.sse Ilaria Peter Patrioli e Paola Biondi

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    Omosessualità e luoghi comuni

    (dal sito www.psicologiagay.com della dr. Paola Biondi)

    In questo post vorrei analizzare alcune delle idee più comuni sull’omosessualità, cercando di chiarire e confutare dove possibile.

    Come capirai da te molti di questi luoghi comuni sono usati per giustificare l’avversità (per non dire l’odio) nei confronti di persone omosessuali nonostante siano privi di fondamento.



     

    Le persone omosessuali non sono normali.
    Bel concetto la “normalità”. E chi può dire cosa è normale e cosa non lo è? Normale è ciò che è naturale, che la natura (o Dio) hanno creato. Allora anche l’omosessualità, che si ritrova in diverse specie animali e in popoli diversi dal nostro, è naturale. Quindi normale.

    In realtà normale è solo un’etichetta per distinguere quello che è comune, che riguarda la maggioranza rispetto ad una minoranza. E’ ovvio che sia normale (MA SOLO IN QUESTO SENSO!) l’eterosessualità perchè su una curva di Gauss le persone eterosessuali, che sono la maggioranza (ma non per questo migliori di altri), si ritrovano nella parte centrale. Le persone omosessuali che statisticamente sono in numero inferiore invece starebbero sotto le code.

    Il rischio in questo caso è quello di confondere Naturale con Normale che diventa Normativo. Quindi regola, legge, comportamento e azione da rispettare e seguire. Grazie a Dio non è così.

    Gli/le omosessuali sono contro natura perchè sterili
    Intanto non è vero che le persone omosessuali sono sterili nel senso che non possono concepire. E non lo è neanche il loro rapporto se fondato sugli stessi principi che rendono un rapporto eterosessuale “fecondo”: rispetto, amore, fedeltà, altruismo, condivisione, intimità, sincerità, ecc…

    Se considerassimo come normale, adeguato, giusto solo i rapporti destinati alla procreazione (come spesso si proclama a voce alta) dovremmo per obiettività considerare anormali e immorali:
    • tutti i rapporti sessuali tra maschio e femmina che non hanno portato alla fecondazione di un ovulo;
    • tutti i rapporti sessuali tra maschio e femmina che sono costituzionalmente sterili quindi impossibilitati a procreare;
    • tutti i rapporti sessuali tra maschio e femmina se per via di una malattia uno dei due (o entrambi) ha perso gli organi riproduttivi;
    • tutti i rapporti sessuali anali/orali tra maschio e femmina;
    • tutti i rapporti sessuali tra maschio e femmina protetti (e credo siano la maggioranza!);
    • tutti i rapporti sessuali tra maschio e femmina in menopausa/andropausa.

    Come sappiamo tutti la sessualità (e la genitalità) non è esclusiva della procreazione, ma contiene altre componenti come il piacere, l’intimità, l’affettività.

    L’omosessualità è una malattia.
    Nonostante l’OMS abbia escluso l’omosessualità dall’elenco delle malattie e il DSM considerato la bibbia della psicologia e psichiatria abbia escluso l’omosessualità dai disturbi in esso presenti, c’è chi ancora la considera una malattia. E tra questi ahimè anche psicologi, medici, psichiatri...
    Se l’omosessualità è una malattia (contagiosa come dice Vladimir Luxuria) perchè non esistono associazioni antischizofrenici o antidepressi?
    E perchè non è possibile avere un certificato medico per malattia visto che si è affetti da “Gayte” e non si può andare al lavoro?

    Una cosa purtroppo molto spiacevole è che alcuni di questi stereotipi, che sono la base dei pregiudizi e dell’omofobia, ci vengono trasmessi con il biberon, al pari di tutti gli altri che acquisiamo ancora prima di rendercene conto.

    Ad esempio quante volte ti sarà capitato di dire o sentire dire le seguenti frasi:
    1. I negri puzzano.
    2. I genovesi sono avari.
    3. I napoletani sono imbroglioni.
    4. I nani sono ben dotati.
    5. I neri sono ben dotati.
    6. I calabresi sono testardi.
    7. Gli americani sono ignoranti.
    8. I rumeni sono stupratori.
    9. Gli zingari rubano.

    E’ possibile che tu abbia incontrato qualcuno che realmente possedeva queste caratteristiche, ma non basta per generalizzare a tutta la categoria la qualità posseduta da un solo appartenente a questa categoria. Dovresti conoscerli tutti per confermare la tua ipotesi iniziale. Torniamo alle persone omosessuali.

    Chi è la donna di voi due?
    Molti credono, soprattutto tra le persone eterosessuali, che un rapporto tra omosessuali, sia maschi che femmine, sia limitato perchè dello stesso sesso. Sebbene si possano incontrare in coppie omosessuali gli stessi “ruoli di genere” che si conoscono nelle coppie eterosessuali, questa non è una regola.
    Le coppie omosessuali non hanno bisogno di imitare nessun ruolo eterosessuale, ma poichè non ci sono modelli omosessuali è facile cadere nella replica di quello che si conosce già, calcando i ruoli stereotipati uomo/donna.

    I gay e le lesbiche abusano dei bambini
    Niente di più falso. La letteratura sul tema conferma al contrario che quasi tutti gli abusi su minori sono commessi da uomini eterosessuali e che la maggior parte dei pedofili sono uomini eterosessuali che abusano sia di maschi che di femmine. Ma nessuno si pone il problema di escludere maschi eterosessuali dall’insegnamento finchè non avviene il fattaccio.

    Le persone omosessuali NON sono un cattivo esempio in quanto omosessuali. Possono esserlo per gli stessi motivi per cui le persone eterosessuali lo sono. Come già detto altrove l’orientamento sessuale non si insegna, non si trasmette, non si cede o regala e non si cambia con la forza di volontà nè andando da un* psicologo/psicoterapeuta.

    Le persone omosessuali sono promiscue
    Al pari delle persone eterosessuali.
    Quante ne conosci che hanno rapporti sessuali casuali?
    Quanti uomini eterosessuali “usano” e sfruttano la prostituzione di donne e transessuali?
    Quanti uomini eterosessuali godono dei favori di omosessuali che si prostituiscono?
    Ci sono persone promiscue per loro natura, indipendentemente dal loro orientamento sessuale.

    L’AIDS è la malattia delle persone omosessuali.
    L’Aids è una malattia legata alle pratiche sessuali considerate a rischio, non è legata all’orientamento sessuale. Tanto che la maggior parte dei/lle malati di aids oggi è eterosessuale e si è infettato perchè il proprio partner ha avuto rapporti non protetti con persone infette (sia maschi che femmine) o per contatto diretto di sangue infetto.
    Sia che tu sia omosessuale, sia che tu sia eterosessuale proteggiti sempre. Non permettere al tuo desiderio di rovinarti la vita.

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    Il matrimonio di Anna e Ricarda

    La deputata del Pd è convolata a nozze con la sua compagna storica, Ricarda Trautmann, a Francoforte, perché nel paese in cui combatte per i diritti lgbt ancora non riconosce il loro amore.



     

     

     

     

     

     

    Anna Paola Concia, 48 anni, deputata del Pd proponitrice della legge anti-omofobia, ha detto "sì" a Ricarda Trautmann, 44, criminologa di Colonia, nel comune di Francoforte. Amici, parenti ed ex fidanzate al seguito delle due spose, per festeggiare con loro un sogno che si corona, all'estero. L'Italia ancora troppo retrograda in tema di diritti lgbt ha costretto loro, come molti altri, a fuggire per poter veder riconosciuto il proprio amore.

    Una scelta dura, che spesso si porta dietro dispiaceri... In questo caso, ad esempio, il padre anziano della Concia non ha potuto presenziare, però ha inviato una lettera alla figlia che è stata letta durante la cerimonia.

    Paola e Ricarda si sono conosciute a Roma, 3 anni e mezzo fa, e convivono dal 2009. Ricarda ha sempre appoggiato Paola nelle sue lotte per il riconoscimento delle coppie di fatto, del matrmonio gay, di una legge contro la violenza omofoba e trasfobica, però per ora i successi in questo campo sono stati pochi. Per fortuna almeno il loro sogno si è potuto realizzare e allora che dire se non "e vissero felici e contente."

    LA LETTERA DEL PADRE DI ANNA PAOLA

    Cara Ricarda ed Annapaola,
    Solo voi potete sapere quanto é stato duro, difficile ed anche doloroso arrivare a questo giorno di felicità.
    Purtroppo io non saró con voi ma ci saranno fratelli e nipoti che vi faranno sentire l’affetto che meritate.
    Già da domani tornerete ad affrontare l’intolleranza e in qualche caso addirittura l’odio per chi ha fatto una scelta di amore. Un amore diverso ma non per questo meno intenso e meno puro.
    Ho oltre 80 anni e neanche per me é stato facile capire e d accettare fino in fondo. Ma quello che voglio dirci é né a me né ad altri che dovete rendere conto, ma solo l’una all’altra. Perché il diritto di amarvi é scritto più in cielo che in terra. “In paradiso i matrimoni non ci sono ma l’amore si”.
    Benvenuta tra noi Ricarda. Per me sarai una figlia, sorella degli altri miei figli e come loro ti amerò.
    Paola voglio ringraziarti per avermi donato ancora a questa mia tarda età la voglia di ribellarmi all’ingiustizia.
    Auguri

    Papà

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Il maschile e l'affettività

....La crescita . Nella crescita si evidenzia e struttura il maschile e il femminile. Come sempre in un contesto in cui esiste gia' un modello di maschile e femminile pre-proposto dal mondo genitoriale e dal contesto di riferimento, e' ovvio che la capacita'-incapacita' di un adulto a vivere per sé "l'esperienza fondamentale" incide fortemente oltre che sul bambino anche nello sviluppo della relazione adulto/bambino.



Se gli adulti avessero chiaro che il bambino non e' un loro prodotto da modellare ma un altro da sé la cui esistenza e' significativa per la propria esperienza evolutiva, vivrebbero il loro rapporto di relazione come occasione di crescita, stimolando così il cammino autonomo del bimbo. Meno gli adulti sono in grado di riconoscere e vivere le fasi dell'esperienza fondamentale per se stessi, maggiore sara' la loro sofferenza e piu' pesanti diverranno gli ostacoli che il bambino dovra' incontrare. Nella prima fase, laddove permangono forti elementi fusionali, la differenziazione maschile e femminile in generale e' concepita, ma non agita. Da quel momento in poi si caratterizzera' nella proposta di modelli, nei metodi, nei giochi. Lentamente cio' che e' una parte diventa il tutto: tu sei solo maschio, tu sei solo femmina; e cio' secondo schemi e ruoli possibili con grande disutilizzo delle risorse dei soggetti.

Quali sono le differenze fondamentali nell'educazione del bambino e della bambina che vengono veicolate dalla cultura dominante? Per le bambine : il gioco riguarda la vita quotidiana, le bambole, i piccoli animali, tutta la gamma dei colori nel vestire, l'accudimento e quindi l'esperienza dell'ascolto. Per il bambino: i giochi sono astratti legati all'acquisizione rapida del linguaggio, acquisizione di abilita' a progettare e costruire fuori dall'ambiente domestico; nulla sul quotidiano e sull'attenzione a sé e all'altro. Per le donne, da madre in figlia, si trasmette in qualche modo una cultura del corpo femminile con i suoi mutamenti, che percio' stesso si rende visibile.

Per il bambino non esiste una cultura della corporeita' e dei suoi mutamenti, mentre sono chiarissime le finalizzazioni esterne. Il padre del tutto assente ed estraneo alle dinamiche educative e della crescita, (oggi per fortuna le cose si stanno modificando per certi aspetti) non sa parlare di cio' che dovrebbe testimoniare. Anche il corpo maschile e i suoi organi sessuali subiscono mutazioni notevoli nel corso della crescita: comparira' una prima erezione spontanea ed anche un'eiaculazione notturna.

Ma per queste esperienze, pur importanti, ad un maschio nessuno dira' nulla. In questa non cultura del corpo maschile, in questa disattenzione ai mutamenti, in questa mancanza di un rispecchiamento sereno con il padre, il maschio sviluppa con altri giovani quella solidarieta' che permetta di dare senso provvisorio a cio' che succede nel corpo e in particolare al pene. . La fissazione sul membro e sulla sua efficienza e' una conseguenza logica e da qui la perdita di una corporeita' consapevole. E' questa la "forza maschile": la capacita' di poter vivere senza il proprio corpo per sé. Infatti il piccolo maschio imparera' velocemente che emozioni, bisogno di tenerezza, ascolto di sé, ascolto dell'altro, sono esperienze da non fare, roba da donne; meno si soffermera' su queste esigenze-esperienze, piu' sara' virile, meno sara' donna, piu' potra' riuscire ad essere esterno da sé.

In contrapposizione a questa cultura del corpo esterno da sé, perché a loro volta le donne fanno i conti con un corpo che e' finalizzato alla procreazione e non per se, le donne hanno urlato "Il corpo e' mio e me lo gestisco io" . Un urlo importante e lacerante perché rivendica per sé il proprio corpo, ne rifiuta le finalizzazioni e rimanda ad un sentire che puo' essere solo personale.

La stessa lacerazione la producono i gay nel momento in cui propongono un diverso rapporto con il corpo ed espandono la coscienza dell'erogeneita' del corpo. Le donne e l'omosessualita', nel contesto sociale e culturale del nostro tempo, hanno minato l'immagine dell'identita' stabile identificata nel ruolo e così si e' imposta una ricerca, un ascolto di sé capace di dar forma a dei bisogni veri.

La liberazione ci stimola, l'autenticita' ci fa sperimentare una leggerezza, ma e' anche vero che la sicurezza dei modelli semplicistici ci riaffascina proprio perché, ci permette di evitare l'esperienza della inadeguatezza. L'urlo delle donne c'e' stato, la faticosa ricerca di relazione dei gay maschi e' iniziata e molti sentono particolarmente intense queste esperienze. Per molti il disagio non e' rinviabile e così assume un linguaggio proprio e diviene esperienza di una ricerca di sé non piu' dato dall'esterno ma dalle " viscere " di ciascuno. Forse la "debolezza" della confusione ci permettera' di accettare che semplicemente siamo condannati a crescere, a sperimentarci, ad entrare in una ricerca del senso di noi e del nostro benessere.

Credo che solo chi sta provando ad ascoltare e rispettare la propria "debolezza" ovvero come dicevo il limite del modello datoci, puo' poi essere in grado di rispettare l'altro e cominciare ad incontrarlo come diverso da se. Incontrarsi al di la' della superiorita'-inferiorita', del possesso (seppure con la creativita' di bisogni mutevoli), consapevoli quindi dei limiti riconosciuti e dichiarati.

La propria specificita' diviene così visibile e il confronto possibile. Lo spazio che si apre e' quello di una intimita'-condivisione consapevole e attuabile in quel dato momento; nessuno si occupera' piu' di salvare nessuno, perché potra' dare per scontato che l'altro sa di sé quanto ognuno sa di sè stesso.

dr. Roberto Del Favero, psicologo psicoterapeuta

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La coppia omosessuale femminile e i figli


Dagli studi effettuati dalla U.S. National Longitudinal Lesbian Family, pubblicati sulla rivista Pediatrics, iniziati dal 1986 e durati sino ad ora, riguardanti 84 coppie lesbiche, emerge un dato piuttosto innovativo. I bambini adottati o avuti con inseminazione artificiale che vivono appunto in una famiglia composta da due donne mostrano capacità di apprendimento maggiori rispetto ai bimbi di famiglie eterosessuali.

Hanno una maggiore stima di se stessi, denotano più confidenza verso gli altri, raggiungono livelli più elevati nei risultati scolastici, e più armonia nelle relazioni con i coetanei tanto da non evidenziare grossi problemi di comportamento, oltre ad aggredire assai raramente gli altri ragazzi. «Abbiamo seguito gli stessi bambini e 154 genitori di sesso femminile dai 10 ai 17 anni di età - spiega Nanette Gartrell, professoressa di psichiatria all'Università della California a San Francisco -, riscontrando che l'ottimo livello di crescita raggiunto da questi bambini non viene intaccato nemmeno verso il periodo dell'adolescenza, quando capita che siano oggetto di alcune discriminazioni.

Reagiscono bene anche nell'età a rischio, segno di una forza comportamentale molto spiccata. Certo, aiutano i programmi di sostegno psicologico a queste famiglie, ma sono i bambini a fare la parte principale». La ricerca verrà adesso estesa anche ai figli di coppie omosessuali.


 

Sicuramente sulla maternità lesbica vi sono ancora moltissimi pregiudizi, come se una madre non rimanesse tale, a prescindere dal suo orientamento sessuale. Del resto, una propensione sessuale verso il sesso maschile anziché femminile non è, in sé stessa, garanzia di stabilità psico-affettiva e di affidabilità materna: quante donne eterosessuali uccidono o trattano in modo pessimo i loro figli?
E la cosa succede, purtroppo, tanto nelle famiglie svantaggiate quanto in quelle così dette 'normali', se non addirittura 'buone'.
La preoccupazione principale è quella che la maternità lesbica possa rappresentare un handicap per i figli, specialmente maschi, in quanto verrebbero privati di un modello di identificazione paterna o, più in generale, maschile.
Diversi studi tuttavia sembrano dimostrare il contrario:
Mucklow e Phelan (1979, Lesbians and traditional mothers' responses to adult response to child behavior and self-concept Psychological Reports 44, 880-882) esaminando 34 madri lesbiche e 47 eterosessuali trovarono che i due gruppi di madri non differivano affatto nelle attitudini materne o nel self-concept.
Green ed altri (1986 - Lesbian mothers and their children: A comparison with solo parent heterosexual mothers and their children, Archives of Sexual Behavior 15, 167-184) hanno cercato di chiarire se la genitorialità materna omosessuale differisca, in qualche misura, da quella monogenitoriale omosessuale, evidenziando che le prime difficoltà incontrate dai figli allevati in un nucelo monogenitoriale omosessuale sono fortemente legate alla separazione o al divorzio dei genitori.
E' vero tuttavia che i figli di genitori omosessuali hanno una minore adesione ai ruoli tradizionali maschili e femminili, ma questa distanza dai modelli tradizionali di comportamento non sembra necessariamente spingere verso l'omosessualità, anche perché non bisogna dimenticare che la famiglia allargata del genitore omosessuale è, in genere, eterosessuale e dunque in essa vi si possono trovare anche figure maschili che possano essere di riferimento per i figli.
Un'altra ricerca, effettuata da B. Hoeffer (1981- Children's acquisition of sex role behavior in lesbian-mothers families- American Journal of Orthopsychiatry 51, 536-544) ha mostrato che, indipendentemente dall'orientamento sessuale della mdre, i figli di entrambi i sessi si orientavano preferibilmente verso i giocattoli tradizionalmente associati al loro sesso. I maschi in particolare cercano giocattoli solo maschili, mentre le femmine sono orientate verso giocattoli associati ad entrambi i sessi (dunque, se vi fosse un pericolo nell'identificazione sessuale, questa riguarderebbe più le figlie femmine che i figli maschi). Tale risultato comunque sembra più imputabile all'influenza dei modelli esterni piuttosto che all'incoraggiamento della madre.
Inopltre, da questa ricerca si evince che tra le due donne della famiglia, non c'è una sostanziale ripartizione di ruoli in senso tradizionale e le funzioni sono ripartite sulla base delle predisposizioni personali delle due mamme verso la cura o la crescita dei figli.
Sono stati studiati anche gli effetti dell'età in cui i bambini vengono a conoscenza dell'omosessualità genitoriale: sembra che essi fronteggino meglio questa conoscenza quando arriva nell'infanzia o nella prima adolescenza.
Altre ricerche mostrano inoltre come la madre lesbica sia più orientata verso il bambino di quanto non lo sia la madre omosessuale.
Da tutto ciò, si potrebbe concludere che, almeno secondo i dati disponibili al momento, i pregiudizi ed i radicati timori sociali sullo stile educativo della coppia lesbica siano infondati.

Fonte: Guida, Guerra, Paternità e maternità nelle coppie omosessuali: quando i genitori sono dello stesso sesso, ed. Rivista di Sessuologia, n. 31/1 41-43

Dott.ssa Giuliana Proietti psicologa, psicoterapeuta

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Dio è omofobo?

“Dio è omofobo?”: su questa domanda estremamente provocatoria si interroga Arianna Petilli, autrice di una tesi di laurea sul rapporto tra fede e omoessualità, in collaborazione con gli esperti Davide Dèttore, docente di psicopatologia del comportamento sessuale, Antonella Montano, antropologa e psicoterapeuta e Giovanni Battista Flebus, docente di psicometria, partendo dall’osservazione di come «gli omosessuali cattolici siano più omofobici di quelli non credenti e come l’impatto dei condizionamenti omofobici risulti maggiore in coloro che manifestano una costante frequenza religiosa o che provengono da famiglie con un’alta aderenza alla dottrina cattolica istituzionalizzata».


La relazione tra fede e omosessualità è oggetto di interesse perché spesso le persone omosessuali credenti sperimentano una sensazione di conflitto interiore molto forte tra le loro credenze religiose e il loro orientamento sessuale, e per mettere a tacere questa sensazione scelgono di rinunciare alla Chiesa o all’attrazione sentimentale e sessuale per le persone dello stesso sesso.

Questa scelta di rinunciare ad una componente della propria identità così importante (che sia la fede o l’orientamento sessuale) ha importanti conseguenze sulla sensazione di benessere dell’individuo, che non si sentirà mai totalmente completo.

Lo studio della dott.ssa Petilli si è svolto Firenze, Pisa, Roma, Milano, attraverso la somministrazione di 366 questionari a 281 gay e 85 lesbiche credenti e non.

L’obiettivo della ricerca era quello di verificare se la frequentazione di gruppi di omosessuali credenti avesse un ruolo nella costruzione di un’identità in cui religione e omosessualità convivano più serenamente. Da anni, infatti, agiscono e si diffondono sempre di più in Italia alcune associazioni di persone omosessuali cattoliche, tra cui il gruppo Kairos di Firenze.

La Perilli spiega che tali associazioni hanno un grande valore perché “gli incontri dedicati alla conoscenza reciproca fanno uscire chi vi partecipa da quell’isolamento a cui gay e lesbiche spesso sono costretti, creando quella vicinanza affettiva che spesso le famiglie non possono o non sanno dare”, e soprattutto servono a comprendere che «la Bibbia non vada letta in modo fondamentalista, quasi fosse un manuale di regole pronte per l’uso.
Ogni testo biblico va letto contestualmente al momento storico e culturale in cui è stato scritto; non emerge dunque una condanna così inequivocabile dell’omosessualità
».

Nello studio della dott.ssa Perilli i livelli di omofobia interiorizzata (valutati attraverso un questionario) di gay e lesbiche appartenenti a gruppi di omosessuali cattolici sono stati confrontati con quelli dei gay e delle lesbiche credenti che non hanno mai preso parte alle attività di questi gruppi e con quelli degli omosessuali non credenti.

I risultati di questo confronto dimostrano che “la religione sembra avere un ruolo ancora molto importante nell’influenzare i pensieri e sentimenti che una persona nutre circa la propria condizione omosessuale”, tanto che “gli omosessuali cattolici sono più omofobici di quelli non credenti”. Tuttavia la frequentazione prolungata di un gruppo di omosessuali cattolici diminuisce il numero di atteggiamenti contrari all’affettività e alla sessualità omosessuale, lasciando pensare che questi gruppi riescano a sostenere i partecipanti nel cammino di elaborazione e accettazione del loro orientamento sessuale. In altre parole questi gruppi offrono la possibilità di vivere la proprio sessualità alla luce dei valori religiosi, e di conseguenza di fornire una interpretazione religiosa positiva dell’omosessualità.

A cura delle dott.sse Valeria Natali e Paola Biondi

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Aiuto!, sono lesbica!

dal sito www.psicologiagay.com

Mi è capitato diverse volte di ricevere email o leggere su forum un messaggio che iniziava proprio con la frase “Aiuto, sono lesbica”, a volte con il punto interrogativo finale.

Forse l’avrai scritta anche tu almeno una volta…Niente panico, vediamo cosa ti succede e come affrontare la situazione.

Ti sei accorta di provare qualcosa per una tua amica, per una tua insegnante o per una compagna di classe. Non è il già conosciuto affetto, ma qualcosa di diverso.

Senti battere forte il cuore quando le sei vicino, quando ti saluta per la strada, quando squilla il cellulare e scopri che è lei a chiamarti.

E poi la guardi, la osservi, noti come si veste, se è triste. No, non è per essere come lei. Tu vuoi lei, non vuoi essere come lei. Questa è una delle cose che ti verrà detta per giustificare il tuo interesse per lei: che in fondo è solo desiderio di essere come lei, niente di più…infatti, niente di più sbagliato!
 


Ci sono due possibilità:

1) Sei felice di essere lesbica, i tuoi genitori ti appoggiano completamente, a scuola o al lavoro nessun problema, nessun senso di colpa o dubbio “religioso”, sei serena esattamente come le tue amiche eterosessuali.

2) Sei confusa e non vuoi essere lesbica, ti dà fastidio la stessa parola, hai paura di parlarne ai tuoi perchè immagini già la loro reazione terrificante, se lo dici al lavoro ti licenzieranno, la tua religione te lo vieta, no, non c’è niente che vada bene nell’essere lesbica.

Il primo caso è per poche elette, raro e difficile da avere al primo colpo. A volte ci vuole tanto tempo per arrivare ad una situazione ottimale come questa. Nel 90% dei casi, e forse anche nel tuo, non è affatto semplice affrontare la situazione.

Qualche consiglio utile

a) Anche se i tuoi amici, i tuoi genitori, la tua religione e l’intera società non accetta l’omosessualità questo non significa che ci sia qualcosa di sbagliato nell’essere lesbica. Solo che ti hanno inculcato sin da bambina che la “cosa giusta” è innamorarsi e amare un uomo, non una donna.

b) Forse non sei neanche lesbica. Potresti essere bisessuale o semplicemente incuriosita dal sesso con un’altra donna. Prenditi il TUO tempo per fare chiarezza. E se anche ti accorgessi che sei lesbica non è la fine del mondo. Devi solo iniziare ad accettarlo e a conoscere che cosa significa per te questa parola.

c) Sono tante le sensazioni e le emozioni che stai provando: confusione, dubbi, senso di colpa, sconforto, tristezza, rifiuto, solitudine e isolamento. Ecco quest’ultima è la cosa da evitare in assoluto. Non ti isolare, ci sono tantissime donne che stanno vivendo le stesse tue difficoltà e molte di queste le hanno superate brillantemente.
Anche se non ti senti di andare in un locale o associazione lesbica puoi sempre telefonare o scrivere un’email per chiedere un consiglio. Oppure puoi scrivere in un forum a tema o in un sito, come questo, che si occupa proprio di omosessualità.

d) Spesso il termine lesbica è associato ad uno stereotipo di donna mascolina, anormale, aggressiva, poco attraente, virile e negativa con gli uomini. Alcune donne lesbiche sono anche così, ma NON tutte le lesbiche sono così. Esattamente come le bionde con gli occhi azzurri non sono tutte uguali.

e) Un altro stereotipo della lesbica è che non ami i bambini e odi gli uomini. E se tu invece vuoi figli e hai avuto storie con uomini pensi di non essere per questo lesbica. Puoi essere lesbica, avere rapporti sereni con uomini (senza rabbia, rancore, ecc) e desiderare di avere figli. E al contrario di quanto affermato sulla “sterilità costituzionale”, se non ci sono altri problemi fisici, sei assolutamente fertile e in grado di procreare.

dr.ssa Paola Biondi, psicologa


Ti lascio con una domanda: Hai mai pensato di aver diritto alla felicità?
Se vuoi, lasciami un commento
 

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Omosessualità: cos'è e cosa non è


OMOSESSUALITA': cos'è e cosa non è

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Film documentario: "L'Amore e basta"


Nove coppie vengono intervistate sulle loro relazioni sentimentali. Gay? Poco importa. Prima di tutto sono persone

Tra le migliaia e migliaia di titoli con la parola amore, nessuno aveva pensato, fino a oggi, di neutralizzarli tutti facendola seguire con un semplice e definitivo e basta. Il lavoro di Stefano Consiglio (75 minuti di interviste, con macchina da presa ferma e una nettezza di sguardo che sgombra il campo da qualsiasi strumentalizzazione), dunque, colpisce a cominciare da un meraviglioso titolo che ha voglia di sbarazzarsi subito di parecchie sovrastrutture. E di quegli orpelli creati ad hoc da società chiuse, clericali e bigotte, da religioni affannosamente aggrappate a dogmi che non hanno mai avuto ragione d’essere e di esistere. L’evocata semplicità, in realtà, è frutto di una grande pre-produzione e di una corposa rielaborazione del pensiero. Domande secche, senza girarci attorno: «Siete una famiglia o una coppia?». «Dove vi siete conosciuti?». «E il primo bacio?». L’amore e basta, appunto. Declinato gay poco importa. Perché prima di tutto, le 18 tra uomini e donne intervistate dalla Sicilia al Nord Europa, sono persone. Se c’è un limite è culturale. Nel senso che tra i simpatici catanesi che aprono il film e il nucleo allargato spagnolo che lo chiude, c’è di mezzo un abisso di laicità e di rapporto col mondo che fanno ancor più triste l’Italia e il suo quasi totale asservimento vaticano.

Guarda il Trailer

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Genitori con figli Gay


Le reazioni della famiglia all'inizio, quando viene a conoscenza che un membro è omosessuale, sono simili alle reazioni della società (famiglia come microcosmo). La famiglia al momento della "rivelazione" che il figlio fa della sua omosessualità, vive una serie di difficoltà; si reputa difettosa, la causa dell'omosessualità del figlio e i genitori credono di aver commesso degli errori nell'educarlo. Raccontano che un giorno, i loro figli hanno detto di essere gay o di essere lesbica. è una dichiarazione che può essere fatta perché il padre e/o la madre hanno scoperto una telefonata, una lettera, ua bacio sospetto e si sono fatti avanti per avere risposte. Per questo che la famiglia tutta, va incontro ad un processo di RI-DEFINIZIONE per stabilire un nuovo equilibrio.

Nel counseling ai genitori, dopo la dichiarazione, le prime domande sono legate alla scoperta degli errori, per capire cosa è stato sbagliato, la seconda riguarda le possibilità di modificazione, la terza è la richiesta che il consulente sessuale ascolti i figli, in modo che un parere tecnico rassicuri se ci sono o no speranze di cambiamento. I figli, le figlie vengono sempre alla seduta che i genitori richiedono perché capiscono che l'impatto della notizia ha creato dolore o disorientamento. Entrano in seduta aggressivi o turbati, preoccupati di trovarsi di fronte a un nemico che vuole buttare all'aria una dichiarazione che, nell'essere espressa, ha già avuto un forte costo emotivo. Ma non è così, il colloquio non è rivolto a smentire la notizia, ha lo scopo di capire come è nata questa consapevolezza, a cosa si lega, se ci sono comportamenti sessuali pericolosi, se si dipende dalle persone con cui si è fatto esperienza. Nel colloquio si esamina anche il modo con cui è stata data la notizia, per capire aggressività, ostilità, bisogno di ristabilire una confidenza. Da quel momento può iniziare, con il consenso di tutti, un percorso di riflessione che può essere a garanzia del mantenimento del dialogo con le famiglie.    

Questo processo spesso è lungo e penoso. Una famiglia con valori molto rigidi e con un atteggiamento duro può predisporsi, e può attuare, comportamenti di tipo punitivo. A tutt'oggi esistono poche ricerche e pochi studi in questo settore, cioè fra omosessualità e famiglia e, di conseguenza non esistono, o quasi, operatori competenti. Si è aperto, altresì, un grosso filone nella letteratura americana, legislativa e giurisprudenziale per i problemi legati all'adozione, all'affidamento dei figli in caso di madre o padre omosessuali, ecc. Dal punto di vista della religione, le varie posizioni ufficiali e i pronunciamenti delle varie chiese e sinagoghe continuano ad alienare i gay e le lesbiche da queste stesse istituzioni separando le famiglie le une dalle altre e aumentando le già esistenti tensioni fra i gay, i loro partner e i rapporti con la comunità. Anche se, come già accennato precedentemente, esistono poche ricerche in ambito familiare, De Vine (1984), descrive tre tipi di implicazioni negative che la famiglia presenta come reazione alla società:
1) mantenere la rispettabilità (conferma delle norme sociali)
2) risolvere in famiglia, implica resistenza a ricevere informazioni provenienti dall’esterno e non si sente la necessità di cambiare i propri valori
3) osservare la religione, qui il rifiuto dell'omosessualità rappresenta un rifiuto fatto tenendo fede alla propria coscienza religiosa.

Una più approfondita ricerca e disponibilità scientifica verso queste tematiche rivolta a comprendere queste situazioni, tra l'altro non sconosciute a diverse famiglie, potrebbero aiutarci a scoprire le reazioni iniziali della famiglia causate dai pregiudizi sociali e le reazioni che modellano gli standard del comportamento omosessuale.
L'omosessualità è spesso considerata "pericolosa" per i bambini, altro probabile pregiudizio sociale, in quanto si teme che possa danneggiare lo sviluppo evolutivo/psicologico del bambino e, genera in questo senso, forti ed irrazionali paure da parte della società. Nelle relazioni fra fratelli e sorelle, Jones (1978), riferisce che i fratelli e/o le sorelle reagiscono con sentimenti di rabbia e confusione in cui si innesta un vissuto di diversità fra loro e il membro omosessuale, nonostante l'adolescenza condivisa insieme.

Alla luce di tutto questo si evince come l'omosessuale debba confrontarsi con complesse problematiche interiori, per arrivare a quella consapevolezza e a quella autoaccetazione peculiari dell'identità sessuale e che gli consenta perlomeno di affrontare il più serenamente possibile, e possibilmente sereno, se stesso, la propria famiglia, il proprio lavoro, la personale autorealizzazione, le relazioni intime e gli altri.

Dr Maurizio Palomba
psicologo, psicoterapeuta

 

Articoli

 

Spunti

"Pensi che sia amore? E' quello che è. Non credo sia necessario dargli un nome." (Laura G. Garcia)

 

Serie TV e film

 

The L Word
Una scena del telefilm; le vicende corrono intorno a un gruppo di donne, lesbiche e non, tutte con storie e caratteristiche diverse l'una dall'altra.

  

Levitico e omosessualità
Bellissima scena tratta dalla serie cult "Queer as Folk"

   

Lip Service
Nuove serie prodotta dalla BBC, Lip Service racconta le avventure di un gruppo di ventenni lesbiche residenti a Glasgow. Su YouTube le puntate con sottotitoli in italiano. In onda su FoxLife.

 

 

FILM

 

Viola di mare

  

L'altra metà dell'Amore
 

I Segreti di Brokeback Mountain

 

 

Elena Undone

  

Documentari di approfondimento

 

Due volte genitori:
parlano i genitori di lesbiche e gay

 

 

L'amore e basta


 

Nessuno uguale:
adolescenti e omosessualità

 

 

Frasi

"Essere gay non è essere diverso. La diversità la vedrà solamente colui che vive "guardando" con gli occhi senza ascoltare il cuore. Essere gay a volte è semplicemente essere migliore di altri perché capaci di amare senza pregiudizi ascoltando il battito del cuore in piena libertà senza ipocrisia di sorta." - (Silvana Stremiz)

     
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